Francavilla al Mare, 3 dicembre 2002
Commemorazione Gen. Dalla Chiesa
Sono estremamente onorato, quest’oggi, nel ventesimo anniversario dell’omicidio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, di commemorare insieme a voi, qui a Francavilla al Mare, città medaglia d’oro al valor civile, la figura di un servitore dello Stato che venne brutalmente assassinato dalla mafia appena quattro mesi dopo essere stato nominato Prefetto di Palermo. Ringrazio l’Arma dei Carabinieri, alla quale mi legano un profondo affetto e una forte amicizia, ed il Generale Sessa, che mi hanno offerto l’opportunità di riflettere su uno dei momenti più tragici della nostra storia attraverso la vicenda umana e professionale di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Saluto, poi, il sindaco di Francavilla, Roberto Angelucci, che ha mostrato grande sensibilità adoperandosi in prima persona per rendere possibile la intitolazione di una strada alla memoria del Generale, cosa che avverrà tra breve.
Beh, cari amici, ricordare Carlo Alberto Dalla Chiesa è, senza alcun dubbio, un compito gratificante, assolverlo può sembrare facile ma forse non è proprio così, non fosse perché qui è necessario, più che altrove, evitare il rischio della retorica.
In altre occasioni – avevo un ruolo nelle Istituzioni, ma non super partes, ero Parlamentare della Repubblica, ma in una situazione di appartenenza – ho fatto comprendere, a chi mi chiedeva di commemorare Carlo Alberto Dalla Chiesa, che questo uomo forte e coraggioso, questo uomo semplice che ha saputo fare cose eroiche, con la naturalezza e la semplicità del carabiniere che gli si apparteneva, doveva essere ricordato, amato, commemorato dai cittadini di buona volontà, con l’amplificazione che gli potevano dare i rappresentanti politici, che fossero anche rappresentanti delle Istituzioni alte, perché Carlo Alberto Dalla Chiesa è stato sempre servitore e uomo delle Istituzioni.
Perché è semplice commemorare il Generale Dalla Chiesa?
Perché le risposte che egli diede nell’adempimento del suo dovere sono state semplici, cioè coerenti e armoniose con il suo ruolo. Del resto, l’Arma è stata la sua vita, il suo mondo, ed egli non sapeva immaginarsi senza divisa. Più carabiniere di lui non c’era nessuno hanno detto i suoi biografi. Figlio, fratello, genero e suocero di ufficiali dell’Arma, il Generale Dalla Chiesa era erede di quella piccola aristocrazia piemontese, abituata da secoli al servizio delle armi, che tanta parte avuto nella storia della Benemerita. E non è per civetteria, ma per far comprendere appieno che tipo di impostazione aveva avuto l’educazione dei Dalla Chiesa, ricordo un aneddoto risalente alla fine della seconda guerra mondiale quando il giovane Carlo Alberto Dalla Chiesa, allora sottotenente, si recò alla Stazione di Milano, insieme al fratello Romolo, anch’egli sottotenente, per riabbracciare l’anziano padre, allora vice comandante dell’Arma dei Carabinieri, che tornava dalla guerra.
Il giovane Carlo Alberto, appena visto il padre, si mise subito sull’attenti facendogli il tradizionale saluto militare mentre il fratello, commosso per aver ritrovato il genitore dopo la lunga assenza, gli andò incontro e l’abbracciò. Ma il vecchio generale, all’indomani, gli fece trovare un biglietto di punizione poiché il regolamento impedisce ad un ufficiale dei carabinieri di abbracciare in divisa qualsiasi persona, familiari compresi.
I Dalla Chiesa, il padre e Carlo Alberto per la precisione, arrivarono ad essere Vice-Comandanti dell’Arma dei Carabinieri, il gradino più alto che potesse essere raggiunto allora da un carabiniere. E pensare che l’esordio militare di Carlo Alberto era avvenuto in fanteria dove, però, rimase pochissimo tempo. Infatti, dopo aver combattuto, giovanissimo, nelle Marche, al fianco delle formazioni partigiane e subito dopo questa brevissima parentesi, si arruolò nell’Arma. Ma, contrariamente a quanto si possa pensare, il giovane Dalla Chiesa, nato nel 1920 a Saluzzo, in Piemonte, non frequentò l’Accademia militare ed entrò nella Benemerita come Ufficiale di Complemento. Nel giorno dell’Armistizio, l’8 settembre del 1943, si trova a comandare la tenenza di San Benedetto del Tronto.
Al termine della seconda guerra mondiale venne spedito in Sicilia, sulle tracce del bandito Giuliano e cominciò ad interessarsi della mafia indagando su un centinaio di omicidi, tra i quali quelli del sindacalista Placido Rizzotto. Superfluo aggiungere che nell’isola si segnalò per le sue spiccate capacità organizzative da uomo carismatico e colto qual era con le sue due lauree (giurisprudenza e scienze politiche) e la sua grande passione per la lettura. Successivamente venne trasferito a Milano.
Ma nel suo destino ci fu ancora Palermo dove dal 66’ al 73’ andò a comandare la legione Carabinieri. Guarda caso era la fase storica in cui “Cosa Nostra” realizzava il passaggio alla fase imprenditoriale della organizzazione criminale e nel contempo – forse proprio grazie a questo – stabiliva subdolamente rapporti con le istituzioni. Per la prima volta, grazie alla sua poderosa azione, si riuscì a disegnare la mappa del potere mafioso a Palermo e le aree di influenza delle 28 famiglie di Cosa Nostra. Intanto, nel ‘74 arriva la promozione al grado di generale e con essa il comando della regione Piemonte Valle D’Aosta. Si era nel pieno della stagione del terrorismo e grazie alla tecnica, da lui inventata, di infiltrare uomini nelle BR, riuscì a catturare i brigatisti Renato Curcio e Alberto Franceschini.
Ma la sua esperienza si rivelò preziosa anche in occasione di un rivolta nelle carceri di Alessandria, sempre nel ’74. I detenuti minacciavano di uccidere gli ostaggi. Si vissero ore d’inferno finché un magistrato non ordinò un’irruzione e naturalmente fu Dalla chiesa a condurre le operazioni. Purtroppo, qualcosa andò storto ed oltre ad alcuni rivoltosi, morirono anche degli ostaggi. Qualcuno scaricò la colpa sul Generale ma poi, dopo qualche tempo, cominciò a diventare inarrestabile il fenomeno delle evasioni, fu lo stesso Dalla Chiesa, nel ’77, ad organizzare le carceri speciali.
Ma i successi più rilevanti del Generalissimo, come veniva chiamato, nella lotta al terrorismo si registrarono soprattutto con la legge sui pentiti di cui gli venne attribuita la paternità morale. E fu proprio con lui che volle confidarsi il primo pentito storico delle Br, quel Patrizio Peci che apri la strada ad altre confessioni eccellenti. Era un modo per incidere psicologicamente sulle organizzazioni eversive e destabilizzarle ed a quanto pare diede risultati apprezzabili. Un anno dopo, nell’agosto del ’78, a seguito della tragica fine di Aldo Moro, gli venne assegnato l’incarico di coordinare la lotta al terrorismo fu in quel periodo che il Generale mise in piedi una squadra di fedelissimi, oltre duecento uomini tra carabinieri e poliziotti che rispondevano solo a lui e che operavano nell’ombra mimetizzandosi alla perfezione negli ambienti più disparati. Un’esperienza esaltante che durò quasi un anno e che gli attirò addosso non poche invidie. Il Generale era duro con i subalterni, ma ancora di più con se stesso e immaginava un Corpo al servizio solo della legge e di nessuna altra cosa. Figuriamoci il suo rigore rispetto a chi aveva timidezza verso quanti la legge avrebbero voluto cambiarla o sovvertirla. “Solo Arlecchino” diceva “è servo di due padroni”.
Ma la vera essenza del personaggio Dalla Chiesa emerge anche dalle non numerose interviste che rilasciava. Quando parlava, peraltro, finiva spesso per essere spesso criptico. Ad un noto settimanale, un anno e mezzo prima dell’attentato, però, aveva confessato di girare spesso da solo, senza precauzioni, ma di farlo perché era la situazione a consentirglielo. Alla gente, all’opinione pubblica, questo suo atteggiamento avrebbe dato una sensazione di normalità, di tranquillità e magari avrebbe spiazzato la criminalità. Anche se poi il Generale faceva dei distinguo tra la sua esperienza contro il terrorismo e quella contro la mafia. Con i terroristi, diceva, la partita era difficile ma chiara, delimitata, definibile. Infatti, egli conosceva i suoi nemici, la loro testa, il loro entourage, la loro psicologia. Inoltre, sapeva che essi, immaginandolo superprotetto, ipotizzatizzavano tutte le misure precauzionali che, come Generale dei Carabinieri, avrebbe potuto prendere e che, quindi, avrebbe potuto andare in giro protetto dallo loro “scientificità”, se così possiamo dire.
Con la mafia, invece, non potendosi fare calcoli sulla sua scientificità militare, sosteneva che ogni difesa sarebbe stata inutile e che era come andare con una barchetta in mare aperto. Ecco la spiegazione del perché il Generale Dalla Chiesa non amava le scorte. Preferiva, infatti, agire “sotto traccia” piuttosto che esporre ad inutili rischi decine di uomini che potevano essere impiegati altrove e che, difficilmente, avrebbero potuto salvarlo in caso di attacco devastante da parte delle organizzazioni mafiose. Non fu certo un caso, quindi, che, quando venne ucciso, la sera del 3 settembre 1982, si trovava in una semplice utilitaria insieme alla sua giovane moglie. A rimanere ucciso fu anche Domenico Russo, un agente che lo seguiva con una Alfetta. Troppa sicurezza? Sottovalutazione dei pericoli? Niente di tutto questo.
Dalla Chiesa sapeva di essere nel mirino ma era convinto, con il suo atteggiamento da tranquillo funzionario che da nessuna minaccia può essere sfiorato, di riuscire a spiazzare e disorientare i suoi nemici. Inoltre, diceva di voler evitare di mandare uomini al massacro. Ovviamente la sua era un tattica, di una partita a scacchi infinita tanto è vero che nelle uscite ufficiali non si sapeva fino alla fine se intervenisse o meno Eppure le polemiche intorno ai poteri speciali che egli aveva chiesto per combattere incisivamente la mafia al momento di accettare la nomina a Prefetto di Palermo erano state forti prima e lo furono ancora di più dopo la sua morte. “Non chiedo leggi speciali ma chiarezza, disse, poco dopo il suo arrivo a Palermo.
Mio padre, al tempo del prefetto Mori, comandava i carabinieri di Agrigento e Mori poteva servirsi di lui ad Agrigento e di altri a Trapani, a Enna o anche a Messina, dove occorresse. Chiunque pensasse di combattere la mafia nel “pascolo” palermitano e non nel resto dell’Italia non farebbe altro che perdere tempo. Mi interessa la lotta contro la mafia e la malavita organizzata ma al tempo stesso mi interessano al tempo stesso i mezzi ed i poteri per vincerla nell’interesse dello Stato. La mafia non è un fenomeno che si può sconfiggere frammentando le iniziative provincia per provincia, ma attraverso un’azione di coordinamento che consenta ai corpi dello Stato di vincere la sfida”.
Eppure, nonostante fosse fautore di una stretta collaborazione tra le varie forze dell’ordine, Dalla Chiesa si impegnò a stimolare una sana competizione con la Polizia e fece fare ai Carabinieri un grosso salto di qualità sotto il profilo della comunicazione spalancando le porte della caserma ai giornalisti salvo poi “somministragli” pillole di informazioni, cioè dicendogli poco o nulla. A chi gli chiedeva cosa avesse capito della mafia nel periodo in cui era stato in Sicilia tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ‘70 diceva, per esempio, che l’istituto del soggiorno obbligato si era rivelato un boomerang nel momento in cui veniva superato dalla rivoluzione tecnologica e dalla maggiore facilità di circolazione delle informazioni e dal netto miglioramento dei trasporti. Della mafia dei primi anni ’80, invece, aveva individuato i meccanismi sotterranei, le commistioni con il potere politico e soprattutto la crescente forza economica che si fondava principalmente sul traffico di droga ma nell’intervista che rilasciò a Giorgio Bocca, pochi giorni prima di essere assassinato, rivelò di starla ancora a studiare “muovendo le prime pedine.
La mafia è lenta, è cauta, ti misura, ti scolta, ti verifica alla lontana”, gli disse. “Un altro non se ne accorgerebbe, ma io questo mondo lo conosco. Gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi, certamente pagati dai cittadini, non sono altro che i loro elementari diritti. E allora, sosteneva con forza, assicuriamoglieli questi diritti e toglieremo un forte potere alla mafia”. A segnare la sua condanna, invece, furono la sua implacabile azione investigativa condotta contro i potentati economici siciliani e le sue minuziose indagini fiscali che egli mandò avanti grazie anche alla collaborazione della Guardia di Finanza Dicevo del suo carattere riservato, un po’ per necessità e un po’ per abitudine. Tanto riservato che il suo numero di telefono personale non lo conoscevano neppure i tre figli, Nando, Rita e Simona.
Ma la riprova del suo singolare atteggiamento la possiamo anche ricavare dai ricordi di alcuni militari, all’epoca in servizio alla Scuola Allievi Carabinieri di Chieti Scalo, che lo hanno visto girare in borghese, con aria indifferente, lungo il viale della caserma Rebeggiani e fare domande, apparentemente insignificanti, sulla vita di caserma a qualche ignaro giovane carabiniere. Tuttavia, sapeva anche commuoversi come quando a Chieti, intervenuto alla Caserma Rebeggiani in occasione di una cerimonia di consegna degli Alamari, in quella che fu una delle ultime uscite ufficiali con la divisa da carabiniere, disse ad un giovane carabiniere che, in quel momento, passava simbolicamente a lui le consegne. E con grande naturalezza e spirito paterno, benché fosse vice comandante dell’Arma, confessò a questo neo carabiniere che era come se gli passasse i suoi alamari. Un episodio che ricordò lo stesso Dalla Chiesa nel suo ultimo discorso da carabiniere.
Se è facile commemorare Carlo Alberto Dalla Chiesa per le ragioni che ho detto, per la sua personalità, per il suo essere al tempo stesso rigoroso e umano, devo spiegare perché al contempo è difficile. Commemorare significa ricordare e ringraziare. Ma, pensare a Carlo Alberto Dalla Chiesa, significa anche riproporre il senso di un insegnamento senza tarli, senza ombre.
E’ difficile perché raccogliere una eredità di impegni e rivolgerla nella situazione attuale, non ci sottrae dall’obbligo di rilevare che forse qualche in più in avanti si poteva fare per combattere mafia e terrorismo. Fortunatamente il terrorismo è stato battuto anche se ne rivedono gli spiragli di pericolosità , si sentono le riprese di una follia criminale. Non si contano i terroristi che dopo la morte di Carlo Alberto Dalla Chiesa sono liberi e vanno in giro per l’Europa.
La mafia, nonostante i pesanti colpi che le sono stati inferti, rimane estremamente pericolosa e subdolamente presente. Abbassare la guardia, anche ora che il muro di omertà che negli scorsi decenni caratterizzava certe zone della Sicilia e del meridione è stato notevolmente scalfito e la coscienza civile della gente è maturata di pari passo con la voglia crescente non cedere al sopruso ed al malaffare della mafia, sarebbe più che mai pericoloso.
Questo perché la mafia ha cambiato strategia e non è più visibile e plateale nelle sue azioni come un tempo. Ecco perché l’esempio di Dalla Chiesa appare quanto mai attuale e una manifestazione come quella odierna ha un significato tutto particolare.

