2003
Convegno "Ambiente e vita"
Noi faremo parte di quelle regioni che usciranno dall’Obiettivo 2 dal 2006, però abbiamo un know how, che ci siamo guadagnati, facendo il lavoro che ci appartiene, il nostro dovere, un know how che possiamo trasferire alle new entries, alle Nazioni d’Europa che faranno parte dell’Europa tra qualche settimana, per questo abbiamo sottoscritto protocolli con queste Nazioni, importanti per il significato storico, nonché per le passioni, e per i valori che esse portano dentro di sé (questo è già avvenuto con la Rep. Ceca, il Montenegro, Sarajevo, l’Azerbaijan, sta avvenendo con altre Nazioni e Regioni d’Europa, veicolando queste pregresse esperienze; questo lavoro può essere portato avanti soprattutto se si parla di Parchi, ambiente, cooperazione, perché vi sono richieste da parte di queste popolazioni, che sono prive delle strutture ed esperienze che l’Abruzzo ha e che può offrire).
Parliamo di aree interne, senza trascurare l’importanza dei Parchi, ricordati come un valore nel discorso programmatico del 2 giugno 2000. Tuttavia, occupandoci dei Parchi, non dobbiamo trascurare le aree interne. Le aree protette in Abruzzo sono più del 40% del territorio, sul totale di 1.300.000 cittadini abruzzesi, senza contare la stessa cifra di nostri conterranei dislocati fuori dei confini d’Abruzzo, oltre le Alpi e soprattutto Oltreoceano. Questo fa parte della storia della Nostra Regione, non l’unica ad aver subito questo fenomeno, ma quella in cui esso ha assunto caratteristiche peculiari: già nei primi 13 anni del 900, dall’Abruzzo sono partiti 350.000 cittadini, una diaspora. Parlare di aree interne, significa tentarne fortemente il riequilibrio.
Infatti, l’emigrazione continua ancora oggi, con modalità diverse, soprattutto all’interno dello Stivale d’Italia (la più grande città “abruzzese” è Roma), e, attraverso il riequilibrio delle Aree interne, dobbiamo cercare di porre un freno allo spopolamento, che ci rende più deboli anche rispetto alla prevenzione dei rischi cui l’Abruzzo è soggetto (rischio sismico, rischio idrogeologico, rischio incendi, rischio di erosione costiera), che vanno affrontati, come questa Giunta sta facendo, attraverso la prevenzione, che ha costi nettamente inferiori all’intervento successivo ad un disastro. I rischi evidenziati si possono affrontare se i paesi non si spopolano. Un altro rischio, che esula da quelli ricordati, è la perdita della memoria dei luoghi, della coscienza del divenire storico: se un piccolo paese contava 3500 abitanti 50 anni fa, ed oggi ne conta solo 200, pur presentando una struttura urbanistica che richiama il Medioevo, il Rinascimento, il 600, ha perso le sue radici e memorie.
Il problema è di difficile soluzione, però debbo dire, spero di poter scrivere (sto tentando, da un po’ di tempo a questa parte, di farlo), perché sembra quasi ineluttabile. Da 200 anni a questa parte abbiamo uno schema di sviluppo economico, il consumismo, dal quale sembra impossibile uscire. Il consumismo rende fatale che ciò accada, porta ad andare dove si appare di più e, magari, si è di meno. Chiedo ai tanti della mia generazione qui presenti: dopo aver fatto laureare un figlio, magari con il massimo dei voti, consigliereste a lui di restare qui? E’ drammatico pensare che oggi questi meravigliosi paesi siano quasi completamente spopolati (tra tutti, Carapelle Calvisio, con palazzi meravigliosi del 500, conventi inutilizzati, e soli 93 abitanti) : come possiamo proporre ai giovani di vivere lì?
La politica deve tentare di fare questo. Non possiamo tentare di combattere contro il consumismo, che è il modello che ci siamo dati. 150 anni fa si diceva che la rivoluzione vera è stata non tanto l’invenzione della macchina a vapore, quanto le nuove funzioni della donna, partecipe del processo di miglioramento della società, capace di fare ciò che fanno anche gli uomini. Forse già 2000 anni fa era così, Cornelia, madre dei Gracchi, esempio di matronato, diceva ai figli in procinto di partire per la guerra : “O su questo scudo, o con questo scudo” (o vinci, o muori).
Questa sfida, questo impegno, questa cultura nuova con la quale si può frenare o bloccare, forse rovesciare l’attuale stato delle cose, può realizzarsi attraverso lo “sviluppo sostenibile”, creando condizioni di vita, all’interno di questi territori, tali da renderli appetibili, fruibili da coloro i quali si sono acculturati nelle Università e che, diversamente, inseguirebbero altri sogni realizzabili magari oltre i confini d’Italia. Anche mio figlio è “emigrante”, anche se in un’accezione, fortunatamente, differente da chi era costretto ad andare a lavorare nelle miniere, a rischiare la vita, talvolta a perderla, come accadde a Marcinelle, o negli Stati Uniti d’America un secolo prima, quando morì un migliaio di minatori, 250 dei quali provenivano dalla Terra d’Abruzzo.
La Regione Abruzzo ha fatto questa scelta per motivi di carattere culturale ed economico già ricordati, e per un’intuizione che, spero, non sia sbagliata. Anche in questa parte d’Abruzzo soffriamo le conseguenze di una industrializzazione sviluppatasi particolarmente dopo la seconda guerra mondiale che ha provocato una dualità di situazioni. Aldo Casentino ha ricordato l’esperienza di un’industria che produceva pasta già 200 anni fa, a dimostrazione della presenza già in epoca risalente della industrializzazione in Abruzzo, ma particolarmente nel periodo postbellico si è avuto un consistente sviluppo. Ciò ha comportato un considerevole spopolamento di alcuni territori, e, per converso, un’eccessiva, incontrollata antropizzazione su altri plessi della Regione Abruzzo, nei quali si verificano effetti di inquinamento acustico ed atmosferico. Nel fare questa scelta, ci ha sostenuti una preoccupazione: evitare che si verifichi nei prossimi anni ciò che un’indagine demoscopica ha previsto, ovvero lo spopolamento totale, la riduzione a zero abitanti, di molti Comuni dell’Appennino, 84 dei quali in Abruzzo.
Non ce lo possiamo permettere. Per questo motivo, abbiamo fatto nostra la scelta dello “sviluppo sostenibile”, che consenta alle generazioni future il mantenimento, se non addirittura il miglioramento, delle condizioni di vita che noi abbiamo in questo momento, attraverso il recupero di memorie, storia popolari ancorate alle speranze. Siamo in sintonia con la Commissione Europea, che prevede limiti alle linee guida sullo sviluppo, ma non limiti assoluti. Essi sono imposti dallo stato della tecnologia, dallo stato della conoscenza delle cose, dalle organizzazioni sociali, dalle risorse, dalla capacità della biosfera di assorbimento degli effetti della attività umana. Tecnologia e organizzazioni possono essere gestite e migliorate: è questo che dobbiamo saper fare attraverso lo sviluppo sostenibile.
L’Abruzzo ha vissuto le contraddizioni dell’industrializzazione, forse in maniera meno traumatica di altre zone : nei 120 km di fascia costiera si è costituita una sorta di “città lineare”; in mezzo ad essa, attorno a Pescara, c’è un Polo metropolitano in cui si addensa metà della popolazione d’Abruzzo ( era il 20% nel periodo immediatamente postbellico). Dallo sviluppo sostenibile si deve partire per risolvere il problema del sovrappopolamento, perseguendo gli obiettivi seguenti : 1) assicurare un adeguato livello di benessere agli abitanti delle città; 2) permettere lo sviluppo economico e delle attività ai residenti delle zone interne; 3) riservare una parte di risorse alle future generazioni.
Sul primo punto, abbiamo investito e stiamo investendo assai. Grazie anche ad Ambiente e vita, che ci ha dato, a volte, anche gli strumenti tecnici che ci hanno permesso di risparmiare denaro, abbiamo molto investito, stiamo ulteriormente investendo, abbiamo attivato programmi di disinquinamento (atmosferico, acustico, anche lungo le strade ferrate), abbiamo attivato sistemi di controllo, abbiamo accompagnato gli interventi di ripristino delle situazioni di emergenza ambientale con una programmazione che mira alla prevenzione sistemica dei problemi.
In relazione al secondo e al terzo punto, l’obiettivo è coniugare tutela e sviluppo (le aree a più scarsa densità di residenza e popolazione sono quelle di maggior prestigio). A queste aree, allo scopo di perseguire il riequilibrio territoriale, abbiamo destinato risorse per il recupero dei centri storici (L.R. 64), per la metanizzazione di tutto il territorio, per la prevenzione (in materia di incendi boschivi, a partire dal primo anno di legislatura sono attivi corsi di formazione personale per 400 giovani, con il prezioso ausilio delle associazioni di volontariato), per la creazione delle infrastrutture che mancano: la Regione ha avanzato richieste in tal senso, ed ha ottenuto l’inserimento di progetti all’interno del “Pacchetto Lunardi”, ad esempio, il collegamento rapido delle Zone interne alle Aree industriali territoriali. Certamente, per ragioni orografiche, non si può risolvere il problema del collegamento dei Comuni situati a 700, 800, 900, 1500 m. di altitudine. In ogni caso, grazie ad un sistema viario che consenta a chi risieda in un Comune dell’Abruzzo interno di spostarsi velocemente sino al luogo di lavoro, egli potrà continuare a vivere dignitosamente nel suo paesino, magari nella casa di proprietà, mantenendo un buon tenore di vita, con minori spese che in città. La sfida è coniugare la tutela e la valorizzazione delle risorse del territorio.
Concludo sperando di potervi dire che in questa Regione si lavora tentando di dare risposte opportune, urgenti, concrete, talvolta temiamo di non averne la forza, voi stasera mi avete dato più forza, e, poiché ho compiuto 70 anni, ho ancora più forza per andare avanti.

